Una premessa necessaria:conoscere la storia per vivere, pensare e agire da uomini e cittadini coscienti e responsabili
Se sul piano storico e storiografico, con una certa oggettiva fondatezza, si inizia a poter considerare e studiare la storia mondiale e italiana del secondo dopoguerra dal 1945 a oggi, individuandone i costitutivi tratti fondamentali, due osservazioni sembrano imporsi allo sguardo dell’osservatore attento e desideroso di una conoscenza oggettiva e imparziale, pur se sempre prospettica, vera e veritativa della storia umana del mondo e in essa della nostra patria.
In particolare quest’ultima è distinguibile in due fasi: quella della cosiddetta ricostruzione, che va in buona sostanza dal 2 giugno 1946 a circa metà degli anni sessanta e quella di una lunga crisi, tuttora irrisolta, che dalla seconda metà degli anni sessanta giunge ai nostri giorni.
Punto di partenza della prima è la data del referendum istituzionale, che trasforma la forma di stato della nostra nazione da monarchica a repubblicana, con suffragio universale per la prima volta maschile e femminile, e precisamente scandibile nelle seguenti tappe e passaggi precedenti e successivi, che hanno portato al varo della nostra Costituzione, i seguenti:
31 maggio 1945, viene istituito il ministero per la Costituente;
2 giugno 1946, viene eletta la Costituente;
25 giugno 1946, a Montecitorio si riunisce per la prima volta l’Assemblea Costituente;
28 giugno 1946, la Costituente elegge il liberale monarchico Enrico De Nicola a capo provvisorio dello Stato;
22 dicembre 1947, è approvata la Costituzione con 453 voti favorevoli e 62 contrari;
27 dicembre 1947, la Costituzione viene pubblicata e promulgata sulla “Gazzetta Ufficiale” in edizione straordinaria;
1 gennaio 1948, la Costituzione entra in vigore;
31 gennaio 1948, terminano i lavori della Costituente che, oltre a predisporre la Costituzione, aveva pure il compito di approvare le leggi elettorali, le leggi costituzionali e di ratifica dei trattati internazionali.
La seconda fase della storia della nostra nazione è, invece, quella caratterizzata da una crisi che, proprio a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, attraverso svariate vicende quali una contestazione,da noi quasi permanente, che dura dal 1968 al 1977-78, culmina nell’assassinio di Aldo Moro, allora Presidente della DC italiana, da parte delle Brigate Rosse. Sono questi i cosiddetti anni di piombo del terrorismo, sì sconfitto da una vasta mobilitazione popolare e dalla forza dello Stato, ma, insieme, proprio nel corso degli anni ottanta, forse anche esito dell’emergenza dei governi di unità nazionale, si ha una patologica occupazione dello Stato da parte dei partiti che mina alla radice proprio il senso dello Stato di diritto liberale e sociale, caratteristico della giovane architettura costituzionale.
Non a caso è un periodo nel quale il potere esecutivo, in chiave di decisionismo politico e di consociativismo partitocratico, tende a sostituire, assorbendoli in sé, potere legislativo e giudiziario, praticamente considerati meramente funzionali alle esigenze della governabilità, da conseguire in qualunque modo e a qualunque prezzo.
Da qui, per esempio l’oblio dell’articolo 81 della Costituzione, tanto caro a Luigi Einaudi, relativo al controllo della spesa pubblica mediante la prudente amministrazione del bilancio dello Stato anche in funzione di un’equa politica tributaria. Oblio, premeditato e tollerato, destinato a produrre quel dilatarsi del debito e deficit pubblico dello Stato nei confronti dei propri cittadini, giunto presto a ordini di grandezza di misura astronomica.
Donde scollamento tra Stato, partiti, società civile italiana che doveva esplodere nei primi anni ’90 in quella tangentopoli - tuttora in pieno rigoglio -, che doveva travolgere quasi tutti i partiti tradizionali, attori della Costituente e della relativa Costituzione, subito sostituiti dall’emergente movimento a tendenza antipolitica e affaristica, messo in atto dai cosiddetti poteri forti.
Una notte che non sembra sentire la mancanza della luce del giorno, nemmeno più come mancanza
Ora, per comprendere meglio alcuni tratti della crisi etica, giuridica e politica, tuttora attuale, vale la pena di riprendere alcune osservazioni che un padre costituente del valore di Giuseppe Dossetti faceva il 19 maggio 1994, nell’ambito di un incontro commemorativo di un altro amico costituente.(1)
Dopo aver precisato di non nutrire alcun ripianto per il passato remoto e prossimo della storia italiana del secondo dopoguerra, Dossetti lumeggia come, alla base della crisi italiana e, in essa, dello sbandamento dei cattolici, vi sia l’incapacità di pensare, e di pensare politicamente, per la scomparsa di punti di riferimento, dovuta all’esaurimento di una filosofia dell’uomo, della politica e dell’etica relativa.
Siamo così immersi e quasi sommersi da un disordine costituito, generale e diffusivo, che investe Europa e resto del mondo, dopo la fine della diarchia USA/URSS, connessa al rapidissimo, subitaneo crollo del sistema di socialismo reale del mondo comunista, con evidenti sintomi di crisi e decadenza globale, non certo di civilizzazione, ma sì di civiltà, particolarmente avvertibili in Italia.
I sintomi di tale stato patologico sono, ad avviso di Dossetti, i seguenti: crisi demografica, con significativo vertice di denatalità proprio in Italia, segno di perdita di senso e di speranza nel futuro; crisi della famiglia, luogo privilegiato della fecondità, “cercata in sé e per sé e non come realizzazione umana della pienezza della persona, ma come questione di ingegneria genetica, avulsa da qualsiasi considerazione di spiritualità ” dell’essere umano, sia esso padre, madre, figlio, concepito, embrione, feto, neonato, abile, disabile, giovane, adulto, vecchio, sano, malato; ancora, il diffondersi di un erotismo consumistico e desublimato di massa, per cui “l’atto sessuale tende sempre più a dissociarsi da ogni regola” per rispondere al puro criterio occasionale del parere e del piacere, comprese le forme più perverse, sintomo delle più gravi crisi di civiltà. Da qui l’imporsi di un pansessualismo mediatico, senza freno alcuno, tranne la mai sazia audience, capace di ottundere “le facoltà superiori di intelligenza, creatività, contemplazione naturale”, discernimento, azzerando la capacità di attenzione e i fattori di elementare capacità critica.
Di fronte a tale sensismo edonistico, risalta la crisi gravissima della scuola, soprattutto superiore, incapace non tanto di rinnovarsi in metodi e contenuti, quanto piuttosto di svolgere una funzione profilattica di antidoto e filtro critico efficace nei confronti della situazione appena delineata, compensando il desolante vuoto della sua anima, sempre più rassegnata – la scuola – a irrilevanza culturale e sociale, designata vittima dell’impero dei sensi e delle mode consumistiche, imposte dalla tirannia dei media e degli interessi di mercato. Anzi, oggi più che mai, la mancanza di una scuola come luogo di formazione dell’uomo, del cittadino e del lavoratore, in sintesi della persona umana, e non del passivo consumatore di mass media, merci, mode, reddito, nemmeno più è sentita come una mancanza.
Causa ed effetto, tutto questo, di un vuoto ideale, di natura anzitutto intellettuale, metafisica, etica e spirituale, che si tenta illusoriamente quanto miticamente di colmare “con la ricerca spasmodica di ricchezza al di là di ogni effettivo bisogno vitale, ma elevata a scopo a se stessa”. Nel nostro tempo, non si guadagna più tanto per vivere, quanto piuttosto si vive per guadagnare, secondo una crematistica – filosofia, scienza, tecnica del denaro come sommo, unico e assoluto bene – che funge da “laccio di una bramosia insensata e funesta”.(2)
Da qui l’inappetenza diffusa dei beni veri che valgono, vera anoressia axiologica, direttamente proporzionale alla bulimia, aggressivamente sensistica ed edonistica, che sacrifica e rende schiavo l’uomo delle cose e delle proprie cangianti e volubili voglie delle cose.
Notte delle persone umane, questa – sempre per dirla con Dossetti – che si fa notte della comunità e della società umane, del senso e della certezza del diritto e dello Stato.In essa ogni idea di libertà, giustizia, diritto, bene comune di ognuno e di tutti, è travolta da un individualismo possessivo egocentrico, che disintegra e sbriciola in microframmenti localistici, qualsiasi idea di comunità umana universale, ridotta all’egoismo solipsistico del singolo individuo, narcisisticamente ripiegato su se medesimo. Così che i diritti sono i desideri, assoluti quanto arbitrari, della miriade di moltitudini atomistiche dei vari individui, che negano ogni dovere considerato ostacolo alla realizzazione del proprio ed esclusivo diritto di desiderio individuale, con il principio di realtà tutto subordinato al principio del piacere. Come insegna Freud, radice questa di ogni umana autodistruttività, più perversione che disagio della civiltà.
Nei confronti degli altri non abbiamo dunque che contratti di dare per avere, in funzione dei rispettivi interessi e del reciproco scambio di natura solo utilitaria.Come osserva Massimo Cacciari in un dialogo con Gianfranco Miglio, ancora ideologo della Lega: “stiamo entrando in un’età caratterizzata dal primato del contratto e dall’eclissi del patto di fedeltà, in cui gli ordinamenti federali sono sistemi in cui si tratta e si negozia senza sosta, il politico è ridotto a pura contrattazione economica e il sistema si risolve in un coacervo di accordi e convenzioni”.(3)
La dittatura del liberismo, espressione di quella del capitalismo, che voracemente fagocita ogni conato liberale, produce la riduzione del mondo a impresa di imprese, sempre più finanziarie e commerciali che industriali.
In tale quadro è necessario perdere qualsiasi riferimento all’idea di verità, secondo una dittatura del relativismo di massa, anzitutto dei consumi, dei marchi e delle merci, che fa “licito ogni libito”, il cui criterio, unico e assoluto è costituito dalle varie e svariate voglie di ciascuno e di tutti e dalle possibilità di esaudirle e soddisfarle, sempre, ovunque e comunque, come nota non da oggi, acutamente, un pensatore del calibro di Joseph Ratzinger.
La costituzione italiana: un possibile lume etico, giuridico e politico nella notte del tempo presente
Ora una possibile forma di umana resistenza, capace di farci ritrovare un poco di luce nella crisi etica e politica del tempo presente, appena illustrata sulla scorta di una diagnosi veridica, formulata da un antico e autorevole padre costituente quale Dossetti, è proprio, ad avviso di un altro costituente, Oscar Luigi Scalfaro, il recupero del valore culturale, etico, giuridico e politico, fondativo, della nostra Carta Costituzionale.(4)
Scalfaro, non a caso la definisce profetica e porta spalancata sull’Europa e sulla pace, intendendo con queste parole reagire a chi considera, sconsideratamente, la nostra Costituzione vecchia, obsoleta, superata e progetta di mutarne e stravolgerne i punti fondamentali. Essa, invece, è stata una stella polare – per dirla con Scalfaro, con una suggestiva espressione di Giorgio La Pira, altro degno padre costituente – e un punto di riferimento della storia della nostra comunità nazionale culturale e politica, al di là delle turbolenze che ne hanno segnato e tuttora ne segnano la vita. Scalfaro ricorda, in proposito, di aver vissuto, dopo i lavori della costituente, gli anni delle battaglie per la sua attuazione, quelli delle polemiche per la sua inattuazione, nonché la stagione, iniziata negli anni settanta, del revisionismo costituzionale, culminato negli anni novanta, nel cosiddetto nuovismo costituzionale, precisando che, ora come mai prima, è necessario opporsi a una riforma che sancirebbe l’onnipotenza del primo ministro, la mortificazione del parlamento, l’inutilità del presidente della repubblica. Un’opposizione di resistenza, ferma e intelligente, che deve riscoprire la Costituzione come giacimento e patrimonio di beni e di valori veri, da lumeggiare in concreto in tutta la loro attualità, sapendo che non è mai vero tanto ciò che è attuale, quanto piuttosto è sempre attuale ciò che è vero. Cosicché le accuse dei novisti alla vecchiezza della nostra carta si mostrino e dimostrino superficiali, infondate e anche ridicole, se solo si consideri che la Costituzione degli Stati Uniti d’America, cui gli americani sono tuttora fieramente fedeli, data dal 17 settembre 1787.
Fin dall’inizio, nota ancora Scalfaro – molti studiosi di diversa estrazione culturale e politica giudicarono la nostra Costituzione quanto di meglio fosse ragionevolmente e storicamente possibile elaborare, come si evince anche dal fatto che, quando nel dicembre 1948 l’Assemblea dell’ONU proclamò la dichiarazione dei diritti dell’uomo, in Italia quei principi erano già stati “scritti, affermati, proclamati, timbrati da un anno: il 1 gennaio 1948”.
Attualità e preveggenza confermate anche dal fatto che l’articolo 11, che delegittima la guerra di natura aggressiva, mentre ammette solo quella di legittima difesa, contempla la possibilità di rinunziare a quote di sovranità a pari condizioni con gli altri Stati. Fatto che ben si concilia con il mutamento del concetto di sovranità cui in tempi recenti e ancora oggi assistiamo. Ora, se si tiene conto di quanto, in un’epoca di notevole, se non vertiginosa, accelerazione della storia umana e di svolte epocali, a cavallo tra fine XX e inizio XXI secolo, sia cambiata la situazione dei confini e della struttura geopolitica del mondo, balza potente agli occhi di chi si voglia, per critica esperienza, consapevole del senso storico del tempo presente, la preveggenza davvero profetica dei nostri padri costituenti, la loro coscienza utopica e non utopistica del senso del divenire storico. Non a caso – nota ancora Scalfaro – l’articolo 11 fu definito una finestra sull’Europa, o come ebbe a dire Papa Giovanni Paolo II: “Una porta aperta sull’Europa”.
E qui Scalfaro ricorda che in Europa proprio in quegli anni ci furono uomini come De Gasperi, Adenauer, Schumann, Monnet, che non avevano dubbi sulla via da seguire, dopo l’immane tragedia della prima e della seconda guerra mondiale, fondando una Europa su chiare ed essenziali radici di tradizione umanistica classica e cristiana. Quelle radici dalle quali oggi pare si voglia svellerla, riducendo la UE a supermercato, insieme opulento e misero, di consumistiche occasioni, consiglio di amministrazione del supercapitalismo mondiale.
Dunque è necessario conoscere bene la Costituzione come tesoro da tutelare, conservare e promuovere, iniziando almeno a farsene un’idea.
Se quanto fin qui detto sta, in tutta la storia italiana del secondo dopoguerra a oggi, coscienza storica del cammino della nazione e del popolo italiani e vettore propulsivo e direzionale della Costituzione repubblicana sono andati sempre di pari passo, generando le fasi più costruttive e significative di essa. E ciò proprio nel lavoro di costruzione di una casa comune, disegnata su un’architettura costituzionale, capace di concretarsi nella coscienza dell’esperienza comune degli Italiani e costitutiva di uno Stato di diritto, liberale e sociale, di matrice personalistica, comunitaria e societaria, in grado di tutelare, conservare e promuovere libertà e giustizia, con vertice nella persona umana, sostanza individuale di natura razionale, unica e irripetibile, intesa come “lo stesso diritto sussistente”.
Ora, sono proprio questi “beni” che, consegnati nella nostra Carta costituzionale, nell’attuale temperie di un pensiero più comodo che non debole, vieppiù diffuso e diffusivo nel concreto modo di vivere e di pensare degli Italiani, hanno subito un crollo verticale di cognizione e di consapevolezza, proprio anche come causa ed insieme effetto della dissoluzione e decomposizione della scuola sopra richiamata.
Accade così che oggi si ignori tutto o quasi della nostra storia e delle nostre istituzioni giuridiche e politiche, massimamente della Legge fondamentale dello Stato, tanto criticata aprioristicamente e con imprudenti espedienti sottoposta a riforma, quanto in concreto pressoché ignorata e in molti casi disapplicata, ancor prima di essere applicata.
In questo quadro desolante, in cui molti parlano e, quel ch’è peggio, deliberano senza sapere quello che dicono e deliberano, davvero è necessario individuare storici e giuristi, capaci di impegno intellettuale e morale, di conoscenze, competenze e capacità teoretiche, pratiche e tecniche, di testimonianza civile, che aiutino chi voglia conoscere per edificare, a saper guardare, vedere e capire come stiano le cose in realtà: quella, per lo più dimenticata, della nostra storia e del diritto che normativamente organizza la nostra civile convivenza, a partire dalla sua Legge fondamentale.
Uno di questi, tra i giuristi, è Valerio Onida, per nove anni giudice costituzionale e già Presidente della Corte Costituzionale, che alla conoscenza della nostra Costituzione, nella sue basi storiche, giuridiche e culturali, ha dedicato un volume breve, rigoroso, succoso, ben pensato e scritto, nel quale è consegnato quanto un uomo e cittadino, che si voglia vivo, attento e responsabile, può e deve sapere sulla nostra Costituzione per farsene appunto un’idea (La Costituzione, Il Mulino, Bologna 2004, pagine136, 8 Euro).
Un’idea, come in ogni ben pensare e scrivere, dotata di determinatezza e concretezza referenziale alla “cosa” in oggetto, che Onida sviluppa e tratta in sette capitoli, articolati in sette relativi temi e problemi specifici: genesi storica dell’idea di costituzione nel contesto del costituzionalismo europeo e americano; storia della costituzione italiana; i suoi criteri esegetici e critici, in sintesi ermeneutica, di lettura e interpretazione della medesima, che si sostanziano in parole e concetti chiave, proprie della lingua della storia e del diritto, quali diritti/doveri, sempre distinguibili, mai tra loro scindibili, democrazia e relative garanzie; rapporti tra Costituzione italiana e comunità internazionale soprattutto in rapporto alla UE; l’attualità della nostra costituzione sia rispetto al passato sia soprattutto nella prospettiva del futuro.
Un testo, questo di Onida, davvero meritevole di attenta lettura e meditato studio per conoscere la Legge fondamentale, che costitutivamente ci fa società civile e comunità politica in Stato di diritto, riconoscendone i valori che ne fanno un tesoro etico, giuridico, politico della nostra storia nazionale, che sarebbe vitalmente letale in concreto misconoscere e perdere.
Note
1.cfr.G.Dossetti, “Sentinella, quanto resta della notte”, riflessione tenuta il 18 maggio 1994 nell’ambito di un incontro commemorativo su Giuseppe Lazzati organizzato dall’Asssociazione “Città dell’uomo”. Testo ora raccolto in G. Dossetti, “Conversazioni”, In Dialogo, Milano 1994.
2. ibidem, p. 41.
3. ibidem, p. 43.
4. cfr.Oscar Luigi Scalfaro, in “Sembra fresca d’inchiostro”, intervista rilasciata a Donatella Stasio in “IL Sole 24 ore” di lunedì 25 aprile 2005. Di O. L. Scalfaro si veda pure il volume “La mia Costituzione”, Frassinelli 2005.
Massimo Roncoronidi Varese — WordPress.