La giustizia è in crisi.
Non passa giorno, infatti, che sui mass-media, siano essi televisione o giornali, vengono lanciati allarmi sulle inefficienze del sistema giudiziario, sulla lentezza dei processi, sulle prescrizioni che vanificano il desiderio di giustizia dei cittadini vittime dei reati.
Recentemente, il settimanale “l’Espresso” ha dedicato il titolo di copertina proprio su questo tema domandandosi chi “ha ucciso la giustizia” e sottolineando i tempi “biblici” della durata dei procedimenti (sino essi penali o civili), illustrando così la situazione di vera e propria “bancarotta” in cui versa attualmente il sistema.
I dati statistici dimostrano che il meccanismo è impazzito: un procedimento penale infatti dura mediamente 1.424 giorni, 150.000 processi l’anno si concludono con sentenze che dichiarano la prescrizione del reato con la conseguente “assoluzione” dell’imputato per decorrenza dei termini, anche se ne è stata accertata la colpevolezza.
Le persone offese dal reato diventano così vittime per la seconda volta, laddove l’inefficienza del sistema si ripercuote direttamente su di essi impedendogli di veder riparati i torti ingiustamente subiti in precedenza.
Cambia solo il loro carnefice: non più una persona fisica, l’imputato, ma bensì lo Stato e con esso l’apparato burocratico che ha il compito di far rispettare le leggi ed intervenire quando queste vengono violate ristabilendo la situazione di diritto illecitamente lesa.
Se possibile, la situazione è ancora più disastrosa nei tribunali civili, dove ci vogliono di media ben 2.276 giorni per giungere alla emissione della sentenza di secondo grado che conclude la fase di “merito” del procedimento oltre la quale rimane comunque ancora la possibilità di adire la Corte di Cassazione, anche se solo per questioni di legittimità (attinenti cioè solo alla corretta applicazione delle norme).
In un quadro come quello sopra descritto, la politica, dal canto suo continua a scarica sul sistema giudiziario ogni nuovo allarme sociale senza però dotarlo delle risorse economiche ed umane necessarie a far fronte ad una tale situazione di emergenza.
Il sistema è quello delle grida manzoniane: i lavavetri infastidiscono gli automobilisti? I writers imbrattano i muri delle città ? Siano tutti mandati a processo e condannati.
Il problema è che a causa dello stato comatoso dei tribunali, il verdetto definitivo e la relativa condanna nei fatti non arriverà mai.
La situazione fallimentare in cui versa il sistema giudiziario in Italia sembra quindi creata ad arte per confermare quanto sostenuto da Hans Kelsen che ha definito la giustizia “un ideale irrazionale”.
Noi promotori del progetto culturale “L’occhio e lo Spirito” forse un po’ romantici e, comunque, inguaribili ottimisti, ci permettiamo di dissentire dalla definizione data dall’insigne pensatore e di ritenere invece che la giustizia in Italia possa essere risanata e portata ai livelli di efficienza, efficacia e trasparenza che le competono.
Riteniamo inoltre che il cambiamento debba venire dal “basso”, dai noi cittadini quindi ed è per questo che abbiano deciso di organizzare un dibattito pubblico in cui professionisti della giustizia, siamo essi magistrati o professori universitari, si possano confrontare con i reali fruitori del “servizio”, cioè la gente comune.
Nella locandina di presentazione del dibattito è stato efficacemente sottolineato lo scopo che i promotori si sono proposti di raggiungere nell’organizzare l’evento, e cioè di portare la cittadinanza a riflettere su un tema che tocca il quotidiano, perché interessa tutti noi e rappresenta un diritto costituzionale inalienabile.
Significato di giustizia
Il primo spunto di riflessione proposto è sul significato che debba essere dato al concetto di giustizia.
Enorme, infatti, è la confusione che regna intorno a tale nozione: tutti parlano del bisogno di giustizia, della necessità di una giustizia esemplare, implacabile, certa e anche “giusta”.
Ma la domanda che occorre preliminarmente porsi è cosa che cosa significa “giustizia” oggi.
Tale concetto, infatti, ha assunto nel tempo diversi significati.
Senza entrare nello specifico (non è questa la sede), si consideri come nell’antichità tale nozione ebbe prevalente carattere naturalistico (diritto c.d. naturale), assumendo invece una concezione spiritualistica con l’avvento del cristianesimo.
Per diritto naturale si è inteso per millenni la parte del diritto che deriverebbe non dalla volontà dell’uomo ma dalla natura o dalla ragione umana.
I pitagorici, che consideravano il numero come simbolo dell’armonia cosmica, e le azioni umane politiche e morali come riflesso di questa ultima sulla terra, vedevano l’espressione della giustizia nel numero elevato al quadrato, che pareva loro rappresentare il concetto di equità e parità.
La concezione platonica della giustizia riposava invece sull’ordine, sull’armonia concordata tra le parti dell’anima nell’individuo; la giustizia è quindi la virtù per la quale questo ordine si realizza così che uniformandosi il più possibile all’idea di giustizia, l’uomo poteva ottenere l’equilibrio interiore ed esteriore.
Anche Aristotele poggiava il concetto di giustizia sull’ordine universale dell’essere, ma si richiamava all’idea di uguaglianza e di giusto mezzo per cui la virtù consisteva nell’equidistanza tra due vizi opposti (per esempio, avarizia e prodigalità), nella moderazione e nell’armonia.
Nel pensiero post-aristotelico il concetto di giustizia ha conservato il carattere naturalistico, laddove secondo gli stoici il concetto di giustizia manteneva tale carattere in quanto i rapporti umani erano regolati da una legge naturale, posta nella mente degli uomini da Dio che, come provvidenza, governava il mondo.
Questa legge, in quanto vigente presso tutti i popoli, veniva chiamata dai romani “ius gentium” (diritto delle genti), che esercitava una sorta di mediazione tra il puro diritto naturale e il diritto positivo.
Una concezione spiritualistica della giustizia si ha con il cristianesimo, il quale pone a suo fondamento non più la legge naturale ma la volontà di Dio: “giusto è ciò che Dio vuole” , dice infatti Agostino così che il criterio della giustizia passa dal campo della politica e del diritto a quello della morale.
A partire dalla codificazione sette-ottocentesta del diritto, peraltro si è cominciato ad intendere per diritto il solo diritto positivo, cioè quello derivante dal potere dello Stato esercitato attraverso l’emanazione di norme generali ed astratte contenute nelle leggi.
Per motivi di spazio, non è purtroppo possibile dilungarsi oltre nell’analisi storica sul significato assunto dal concetto di giustizia nelle varie epoche storiche e mi scuso sin d’ora per la necessitata incompletezza dell’esposizione.
Tuttavia, quanto sopra citato mi permette di introdurre il significato attualmente assunto da tale nozione.
Oggi, per giustizia, si intende infatti la virtù morale per la quale si riconoscono e si rispettano i diritti altrui, mentre dal punto di vista strettamente giuridico tale termine coincide con quello di “sistema giudiziario”, inteso come l’attività dello Stato volta ad ottenere o ad imporre l’adempimento delle leggi (norme giuridiche).
Ci può essere democrazia senza giustizia?
Queste due definizioni (etica e giuridica) ci consentono di passare al secondo spunto di riflessione che noi organizzatori del convegno vogliamo proporre alla cittadinanza: l’enorme importanza che un tale tema riveste per il nostro vivere civile.
Un paese moderno, realmente democratico, uno stato di diritto insomma, trae la propria ragione di esistere proprio in una giustizia realmente efficiente, efficace e trasparente.
Cosa succede, infatti, quando tale sistema non funziona?
Le conseguenze possono essere gravissime.
Procedimenti penali e civili estremamente lunghi, la prescrizione dei reati che vanificano la certezza della pena, il senso di impunità che ne deriva favoriscono la diffusione di una ordinaria cultura della illegalità.
Tali situazioni vengono poi amplificati dalla stampa e i risultati possono essere assai inquietanti: nei cittadini si diffonde così un senso di impotenza, di solitudine, di frustrazione e risentimenti e di rabbia che, alla lunga, può sfuggire al controllo e provocare conseguenze pericolose per la stessa vita democratica del nostro paese (un recente sondaggio apparso qualche giorno fa su un quotidiano nazionale sottolineava come la maggioranza del campione intervistato era favorevole all’avvento di una dittatura cosiddetta “soft” in quanto ritenuta più idonea a risolvere i problemi legali alla microcriminalità)
Un sistema giudiziario inaffidabile ed inefficiente produce un ulteriore effetto negativo: indebolisce il senso civico delle persone laddove si accompagna ad una accettazione dei cittadini dell’ordinaria diffusione della illegalità.
La realtà quotidiana è piena di esempi di questo tipo: le continue violazioni del codice della strada, a cominciare dall’eccesso di velocità, le piccole ma costanti evasioni fiscali, le offese all’ambiente, le tante microviolazioni edilizie.
Che dire, poi, delle continue violazioni della privacy, dove dopo ogni delitto giornali e tv calpestano morbosamente senza ritegno l’umanità delle vittime (“ma che strano: la ragazza assassinata non aveva un amante”, frase riferita da alcuni media in riferimento al delitto di Garlasco).
Anche tra i professionisti dell’informazione si assiste quindi alla mancanza di una cultura della legalità, che è prima di tutto rispetto degli altri.
I protagonisti del cambiamento
La giustizia innanzitutto intesa come rispetto dei diritti altrui investe quindi tutti, ci chiama ad una riflessione sul significato e sul senso da dare al vivere comune e ci impone di essere non più spettatori “passivi” ma reali protagonisti di un cambiamento idoneo a creare un sistema giudiziario finalmente attento ai bisogni delle persone.
Riteniamo che ciò non costituisca una mera utopia: crediamo invece che la partecipazione dei cittadini costituisca il rimedio migliore per ricollegare i livelli di rispetto e di convivenza oggi recisi.
E’ questo lo spirito con cui il quadrifoglio di associazioni che hanno dato vita al progetto culturale “L’occhio e lo spirito” hanno sino ad ora agito, consapevoli che con la partecipazione si può prevenire e combattere l’indifferenza, il disagio, l’emarginazione sociale, l’ignoranza e, nelle forme più gravi la devianza.
La giustizia, come rispetto di diritti altrui, non può naturalmente prescindere da un sistema giudiziario efficiente, efficace e trasparente ma richiede anche un’attiva partecipazione delle persone nel recuperare il senso civico che rappresenta il collante della nostra società.
E’ giunto il momento che ogni cittadino rifletta e si mobiliti attraverso un confronto serio ma pacifico, realmente democratico al fine di ricostruire quel clima di fiducia indispensabile per costruire un futuro migliore di quello attuale.
Avv. Gianluca Franchi