Anno 2011/2012

Voci dal Corso: Sull’Educazione

Quando oggi si parla di educazione lo si fa normalmente mettendo in luce il suo carattere problematico. La percezione comune è che l’educazione sia oggi un problema da risolvere. E la sensazione più diffusa tra chi, per vocazione o per professione, è impegnato ad educare è quella del disorientamento; quando questo non cede il passo al riconoscimento del fallimento.

Questa sensazione generalizzata ha trovato espressione nella proclamazione dell’emergenza educativa a cui, da diverse parti, si è riconosciuto di dover oggi far fronte. Con questo intento si assiste ad un moltiplicarsi di iniziative volte a sensibilizzare e formare le coscienze sul tema, anche se spesso i risultati sono piuttosto scadenti: le relazioni di tanti esperti, riescono ad avere, nella migliore delle ipotesi, un esito consolatorio per chi educa, molto difficilmente un’incisività reale sulla problematica. Parlando di educazione primo problema non indifferente è rinvenire un sentire comune riguardo chi siano i soggetti preposti all’educazione. Chi ha il
compito di educare? Sembrerebbe pacifico ad esempio considerare i genitori i primi ad essere investiti di questo dovere. Salvo poi rimanere costernati quando, ad un colloquio con un professore che si lamenta del comportamento del figlio, un genitore salta su a dire: “Ma insomma, io mando mio figlio a scuola perché voi lo educhiate e lei si lamenta con me per il suo comportamento? Se non siete capaci di educarlo voi insegnanti, devo essere capace io?”. Da parte degli insegnanti e in genere degli educatori la responsabilità del fallimento educativo viene spesso attribuita alle famiglie, le quali però paiono essere sempre più disorientate e del tutto impreparate a gestire da sole questo onere. Quel che è certo è che non è possibile attribuire la responsabilità dello status attuale ad una singola parte. Le analisi più accurate al riguardo hanno infatti messo in luce come il problema non sia nelle singole agenzie educative ma nel loro isolamento. Per questo i tentativi di soluzione più promettenti sono oggi quelli che propongono un’alleanza educativa tra diverse agenzie (scuola, famiglia, comune, parrocchia…). Tuttavia la percezione che ho è quella che nemmeno questo tipo di alleanza, sebbene sia un significativo passo avanti, possa essere considerata decisiva nella soluzione del problema educativo. Se non altro perché all’appello delle agenzie educative sopra nominate ne manca almeno una determinante. La domanda determinante da porsi parlando di educazione oggi penso non sia quella circa chi ha (o dovrebbe avere) il compito di educare, ma: chi di fatto oggi educa? L’impressione che ho è che le cosiddette agenzie educative oggi non siano in grado di essere incisive. E questo perché la vera e propria educazione avviene altrove. L’handicap delle agenzie educative è quello di non essere capaci di proporsi come promettenti, come capaci di conquistare, come seducenti. In educazione penso valga molto lo slogan secondo cui non bisogna essere seduttori ma seducenti! Per quello che vedo le agenzie educative oggi studiano e ricercano (presunte) modalità sempre più efficaci per “sedurre” chi si vuole educare. Ma non riescono ad essere seducenti. Non riescono a dare ai ragazzi qualcosa che li appassioni, qualcosa per cui veramente si capisca che può valer la pena dedicarsi. Questo è educare e questo oggi è ciò che più manca. E ciò vale purtroppo per le scuole, le comunità cristiane, le tante famiglie in cui i valori vengono (forse) proclamati ma molto poco vissuti. Chi di fatto riesce oggi ad essere seducente per i nostri ragazzi? Evidentemente chi studia le modalità sempre nuove per attirare l’attenzione delle persone, per condurre le persone là dove le si vuole far arrivare: i media e la pubblicità. Media e pubblicità in modo occulto svolgono una potentissima attività (dis)educativa. E questo loro potere è dato dall’essere capaci di presentarsi come seducenti, promettenti, affidabili. Come può un ragazzo assimilare il valore della legalità insegnatogli a scuola se in televisione il comico di turno che attira su di sé approvazione e ammirazione (riesce ad essere seducente!), ironizza su evasione fiscale e film piratati? Come fa un ragazzo a capire il valore del dialogo insegnatogli a scuola se in televisione politici e opinionisti si insultano e si disprezzano? Come fa un ragazzo ad avere fiducia nello stato e nelle istituzioni se si va in continuazione a caccia di notizie che lo delegittimino? Il sospetto che, mentre pedagogisti e educatori si scannano in cerca di nuove soluzioni, la vera partita dell’educazione si giochi nei palazzi di chi stabilisce i palinsesti e negli uffici di chi definisce le strategie di marketing, lascia piuttosto inquieti… Il fatto che abbia un così grande peso nell’educazione un ambito come quello dei media in cui ciò che importa non è educare ma vendere non può lasciare tranquilli. Penso che se si vuole uscire dalla tanto sbandierata emergenza educativa occorra riconoscere come siano questi conflitti di valori a dover essere risolti nella nostra società, come sia assurdo pensare che un sistema mediatico, studiato per farsi ascoltare e attirare l’attenzione della gente, possa rimanere indifferente al problema educativo, scaricandolo sulle cosiddette agenzie educative e seguendo la sola legge del mercato. Se i primi soggetti dell’educazione di domani non saranno i media tutto il lavoro delle altre agenzie educative rischia di essere condannato all’irrilevanza e al fallimento. Gabriele Cossovich