Cercherò in questa breve riflessione di percorrere quello che il lavoro ha significato nell’evolversi della storia e di come questo ha condizionato la vita degli uomini e come possa e debba essere ancora oggi un riferimento valoriale.
Il lavoro nella storia
Il lavoro, inteso sia come attività pratica che come scoperte ed invenzioni fatte dall’uomo, ha scandito da sempre le varie fasi della nostra storia: abbiamo identificato con dei riferimenti espliciti al lavoro sia le epoche antiche, come l’età del rame, bronzo e ferro, sia fasi più recenti come la rivoluzione industriale o la società dell’informatica e dei servizi.
Ciò significa implicitamente che il lavoro è sempre stato presente come una costante naturale che, nella storia, ha guidato e registrato le conquiste raggiunte dall’uomo.
Schematicamente si dividono queste attività in tre settori: il primario, quello che comprende il lavoro necessario al sostentamento delle persone attraverso l’allevamento, la caccia, la pesca e l’agricoltura. Il secondario che comprende il lavoro utile al miglioramento della propria condizione, come ad esempio la costruzione di abitazioni e la realizzazione di indumenti, la realizzazione di attrezzature e macchinari, la produzione di energia e altro ancora. Infine il terziario che comprende il lavoro che si esprime attraverso il servizio reso alle persone e alle aziende in ambiti diversi, dalla sanità all’educazione, dai trasporti allo svago.
Un’altra questione da tener presente è che l’evoluzione delle attività umane e la progressiva espansione dei commerci hanno determinato la crescita dell’importanza dell’aspetto finanziario nell’economia, modificando gli equilibri e determinando, soprattutto in tempi recenti, migrazioni di popolazioni ed una sempre più evidente frattura tra la produzione e il territorio favorita dal basso costo logistico dei trasporti. Questi fenomeni sono stati amplificati dall’evoluzione storica recente conseguente alla caduta del muro di Berlino e dall’imporsi di quel processo che chiamiamo globalizzazione determinando scelte di investimenti industriali in base alla redditività, al minor costo del lavoro e delle retribuzioni.
Non voglio trattare qui le questioni che derivano da queste vicende ma dobbiamo affermare con chiarezza che non possiamo più sottovalutare le scelte che, anche singolarmente e quotidianamente, facciamo in ambito economico, assumendo sino in fondo la coscienza che tutto si lega. D’altra parte la crisi che stiamo vivendo e che tanto ci spaventa non è forse frutto di una spaventosa speculazione economica resa possibile dalla assenza di una politica capace di controllare e governare le scelte economiche?
Il lavoro nella vicenda dell’uomo
Qui entriamo nel secondo aspetto che è quello del lavoro inteso come attività dell’uomo.
Faccio una premessa: come spesso ricorda don Raffaello Ciccone, responsabile del Servizio per la Pastorale Sociale e del Lavoro della nostra Diocesi, il lavoro dell’uomo (e della donna) non si può pagare: vi è una dimensione di gratuità da riscoprire e valorizzare, specie nel settore dei servizi e del lavoro intellettuale, che evidenzia come il lavoro è in sostanza un aiuto e un contributo all’altro, sottraendolo alla logica meramente retributiva. Semmai si deve giustamente riconoscere lo sforzo che viene compiuto, riconoscere il compenso. Ognuno dovrebbe essere messo in condizione di poter scegliere l’attività più consona alla sua capacità e necessità, come dice la nostra Costituzione.
In questo senso sarebbe più facile parlare del lavoro come espressione di sé, della propria identità: oggi si tende a parlare poco, anche in famiglia, del proprio lavoro. Sino a qualche anno fa era facile sentire “faccio il tornitore alla tal fabbrica” oppure “sono ragioniere nella tal banca”, mentre adesso diciamo più facilmente “sono operaio” o “sono impiegato”. Vi è una perdita di identità del lavoro e, in parte, anche della nostra identità di donna o uomo del lavoro.
C’è poi da rilevare come nella nostra cultura, oltre ad evidenziare sopratutto l’aspetto economico e retributivo, si dia una connotazione negativa della “fatica” del lavorare, forse dovuta ad una lettura imprecisa dei versetti 17-19 del terzo capitolo del Libro della Genesi:
«17 All’uomo (Dio) disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. 19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perchè da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”. »
Riporto qui alcuni paragrafi del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa che ci possono aiutare a leggere, in una visione antropologica, il pensiero cristiano sul lavoro.
Dio assegna all’uomo “Il compito di coltivare e custodire la terra”. L’Antico Testamento presenta Dio come Creatore onnipotente (cfr. Gen 2,2; Gb 38-41; Sal 104; Sal 147), che plasma l’uomo a Sua immagine, lo invita a lavorare la terra (cfr. Gen 2,5-6) e a custodire il giardino dell’Eden in cui lo ha posto (cfr. Gen 2,15). Alla prima coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (cfr. Gen 1,28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi, tuttavia, non deve essere dispotico e dissennato; al contrario, egli deve « coltivare e custodire » (cfr. Gen 2,15) i beni creati da Dio: beni che l’uomo non ha creato, ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità. Coltivare la terra significa non abbandonarla a se stessa; esercitare il dominio su di essa è averne cura, così come un re saggio si prende cura del suo popolo e un pastore del suo gregge.
Il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo e precede la sua caduta; non è perciò né punizione né maledizione. Esso diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che spezzano il loro rapporto fiducioso ed armonioso con Dio (cfr. Gen 3,6-8).
Nonostante il peccato dei progenitori, tuttavia, il disegno del Creatore, il senso delle Sue creature e, tra queste, dell’uomo, chiamato ad essere coltivatore e custode del creato, rimangono inalterati. [1]
Siamo quindi di fronte ad una interpretazione del Magistero della Chiesa molto diversa da quella lettura superficiale che impone il connubio lavoro-fatica, lavoro-condanna.
Nei paragrafi seguenti del Compendio si tratta di “Gesù uomo del lavoro”. Nella Sua predicazione Gesù insegna ad apprezzare il lavoro, lavoro manuale che lui stesso ha eseguito come carpentiere insieme a Giuseppe. Insegna agli uomini a non lasciarsi asservire dal lavoro. Essi devono preoccuparsi prima di tutto della loro anima; guadagnare il mondo intero non è lo scopo della loro vita. Durante il Suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte. L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve far emergere le perfezioni in esso nascoste. Il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale dell’esistenza umana come partecipazione non solo all’opera della creazione, ma anche della redenzione.[2]
Un ulteriore passaggio viene fatto trattando “Il dovere di lavorare”, dove, basandosi soprattutto sulle lettere di San Paolo, si mette in evidenza come la consapevolezza della transitorietà della « scena di questo mondo » (cfr. 1 Cor 7,31) non esonera da alcun impegno storico, tanto meno dal lavoro (cfr. 2 Ts 3,7-15), che è parte integrante della condizione umana, pur non essendo l’unica ragione di vita. Nessun cristiano, per il fatto di appartenere ad una comunità solidale e fraterna, deve sentirsi in diritto di non lavorare e di vivere a spese degli altri.
Scrive San Paolo ai cristiani di Tessalonica (2Ts 3,6-10):
«6 Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. 7 Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, 8 né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. 9 Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. 10 E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. »
I Padri della Chiesa non considerano mai il lavoro come «opus servile» — tale era ritenuto, invece, nella cultura loro contemporanea -, ma sempre come «opus humanum», e tendono ad onorarne tutte le espressioni. Mediante il lavoro, l’uomo governa con Dio il mondo, insieme a Lui ne è signore, e compie cose buone per sé e per gli altri. L’ozio nuoce all’essere dell’uomo, mentre l’attività giova al suo corpo e al suo spirito. Il cristiano è chiamato a lavorare non solo per procurarsi il pane, ma anche per sollecitudine verso il prossimo più povero, al quale il Signore comanda di dare da mangiare, da bere, da vestire, accoglienza, cura e compagnia (cfr. Mt 25,35-36). Ciascun lavoratore, afferma sant’Ambrogio, è la mano di Cristo che continua a creare e a fare del bene.
Con il suo lavoro e la sua laboriosità, l’uomo, partecipe dell’arte e della saggezza divina, rende più bello il creato, il cosmo già ordinato dal Padre; suscita quelle energie sociali e comunitarie che alimentano il bene comune,581 a vantaggio soprattutto dei più bisognosi.[3]
Possiamo quindi affermare che il lavoro nella visione cristiana appartiene alla vicenda dell’uomo, ne è parte rilevante e identitaria. Il lavoro come una questione antropologica prima che sociale e storica.
Il Magistero della Chiesa ha posto in evidenza con molti interventi la rilevanza della questione del lavoro, soprattutto con l’avvento della rivoluzione industriale, a partire dalla lettera enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII del 1891.
Tale insegnamento è stato ripreso con forza dal Papa Giovanni Paolo II, forte anche della sua personale esperienza del lavoro di cui rende testimonianza nel primo capitolo del libro “Dono e Mistero” [4], con tre encicliche: la “Laborem exercens” del 1981 scritta in occasione del 90° della “Rerum Novarum”, la “Sollicitudo rei socialis” del 1987 in occasione del 20° della “Populorum progressio” di Paolo VI e la “Centesimus annus” nel centenario della “Rerum Novarum”. Al centro dell’insegnamento di papa Wojtyla la riaffermazione di tre primati: quello dell’uomo sul lavoro, quello del lavoro sul capitale e quello della destinazione universale dei beni rispetto alla proprietà privata. Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro.
Questi insegnamenti vedono anche la riaffermazione dell’importanza che rivestono le istituzioni sociali e politiche nell’ambito lavorativo, del diritto di associarsi allo scopo di difendere le esigenze e gli interessi vitali degli uomini impiegati nelle varie professioni.[5].
Jeremy Rifkin già nel 1995 in un suo famoso libro [6] espone le sue tesi sulla fine del lavoro. Al di là della condivisibilità della teoria appare quanto mai importante l’affermazione di una rivisitazione critica della globalizzazione insieme alla prospettiva di speranza che troviamo al termine dell’analisi delle grandi ristrutturazioni che hanno generato masse di disoccupati, riflessione attualissima vista la congiuntura internazionale: infatti l’autore rivaluta il cosiddetto terzo settore, ovvero il no-profit applicato ai servizi di utilità sociale.
Voglio concludere questo mio contributo con un riferimento a San Francesco: con la sua testimonianza ci richiama al rispetto, all’assoluto e totale amore per la natura, che lui vedeva come opera mirabile di Dio. Troppe volte il lavoro diventa causa di inquinamento dell’ambiente, di morte per i lavoratori. È un ambito in cui l’impegno, nostro personale e collettivo, non è mai sufficiente.
Insieme a questo è indispensabile un vero impegno per la Pace, il bene più importante cui dedicare tutta la nostra attenzione anche attraverso una revisione dei nostri stili di vita, come ci ha raccomandato più volte in questi ultimi mesi il cardinale arcivescovo Dionigi Tettamanzi [7], con una forte attenzione alla solidarietà, alla sobrietà e alla povertà.
Graziano Resteghini, Febbraio 2009
[1] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap. VI “Il lavoro umano” nn. 255-258
[2] Idem, nn. 259-263
[3] Idem nn. 264-266
[4] Giovanni Paolo II “Dono e mistero. Nel 50º del mio sacerdozio” Libreria Editrice Vaticana, 1996
[5] Giovanni Paolo II “Laborem exercens”, cap. 20 “L’importanza dei sindacati”
[6] Jeremy Rifkin “La fine del lavoro” Baldini & Castoldi, Milano, 1997
[7] Dionigi Tettamanzi Natale Notte Omelia Milano-Duomo, 24 dicembre 2008; Incontro con gli amministratori, gennaio 2009